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Lo Zen e l’arte di affrontare il massiccio del Monte Ambin

Alberto Bolognesi, tra i top climber italiani, spiega la sua attrazione per l’isolato e selvaggio Massiccio dell’Ambin, in Valle di Susa e Maurienne.  

Ogni attività umana è un’azione di ricerca, ma per ritrovarsi bisogna prima perdersi e la montagna è un mezzo per raggiungere questo obiettivo. Ci sono molti modi di andare in montagna: si può salire e nello sforzo e nella fatica ognuno trova qualcosa di sé, si può scendere alla ricerca della linea perfetta e nella discesa si trova quella parte di se stessi che avevamo trascurato; si ricerca la massima pendenza e in quel momento ci si sente tutt’uno con la montagna, la neve, il pendio e se stessi.

La ricerca continua del sentirsi bene, in armonia con l’ambiente, è insita nell’essere umano, ed è questa integrazione e comunione con quello che ci circonda che ci fornisce il senso della vita.

La traversata dell’Ambin è per me, prima che una prestazione tecnica, una necessità mentale. Ogni anno poter staccare la spina ed entrare in una dimensione che è sempre diversa a livello esperienziale, pur essendo simile come tracciato, mi porta in quello stato mentale che raggiungo solo in questi spazi enormi, suggestivi e molto particolari. Certamente ognuno ci mette del proprio nella percezione dell’ambiente, ma per me il silenzio assoluto, l’osservazione di questo anfiteatro maestoso è qualcosa di appagante e di rigenerante.

               

Dopo oltre 30 anni di attività in montagna, prima come alpinista appassionato e poi come guida alpina, sempre guidato dalla passione, dalle spedizioni in Argentina, Bolivia, Cile, Africa, alle salite “domestiche” in Europa per aprire nuove vie, fare ripetizioni importanti e discese freeride adrenaliniche, uno dei percorsi a cui sono oggi più legato è proprio la traversata dell’Ambin.

Non so se il massiccio dell’Ambin sia bello; il bello è molto soggettivo ma posso comunque affermare che è diverso! È rimasto isolato e selvaggio come nessun altro luogo in Valle di Susa e trasmette emozioni talmente forti che mi fanno avere la sensazione di un viaggiare avanti e indietro nella linea del tempo.

Bivacco Walter Blais m. 2856 

Ascolti il vento e senti le voci di quelli che di lì sono passati, guardi i panorami maestosi e senti le emozioni che lì, proprio dove sei tu in quel momento, sono state provate da qualcuno prima di te.  È un qualcosa che va al di là della performance alpinistica sportiva. Non è solo una tre giorni in quota senza contatti con il mondo civilizzato, senza copertura telefonica, senza appoggi logistici (si mangia quello che ci si porta a spalle) in un ambiente estremamente selvaggio, ma è uno stato mentale che ti porterai dietro per molto tempo, se non per sempre.

Qualcosa di analogo, alpinisticamente parlando, è la traversata da Chamonix a Zermatt, con una differenza: nelle sei traversate dell’Ambin fatte dal 2007 a oggi non ho mai incontrato qualcuno durante il tragitto, nessuna carovana di persone che nei due sensi si incrociano lungo il percorso, che forse fanno più per poterlo raccontare che per il piacere di farlo, in un attacco bulimico di performance sportiva come è ormai diventata la montagna in certi luoghi per quei turisti di massa legati alla collezione di imprese fatte.

La vista spettacolare che si gode attraversando la cresta del massiccio dell’Ambin, formato dalla cima del Sommeiller, Gran Cordonnier, Niblè-Ferrand, Rocca, Gros Mottet e Denti oltre ad accogliere grandi Ghiacciai e innumerevoli colli come il Monte
Malamot e il Monte Giusalet.
                     

Nel 2007 insieme a Pier Mattiel abbiamo deciso di ritracciare il percorso del Trofeo Penne Mozze che si snoda appunto nel massiccio dell’Ambin, montagne dietro casa nostra in Val di Susa, per valutare la possibilità di proporre la traversata ai nostri clienti.

Il Trofeo Penne Mozze è stata una delle più autorevoli, magnifiche e imponenti gare scialpinistiche delle Alpi. Nata agli albori degli anni ‘70, programmata ad anni alterni in modo da integrarsi al prestigiosissimo Trofeo Mezzalana che riprenderà vita nel 1971, dopo l’ultima edizione del 1938 nel gruppo del Monte Rosa. Negli anni seguenti la competizione viene cancellata dopo un incidente mortale a un addetto all’assistenza e alla sicurezza lungo il tracciato: Walter Blais di Chiomonte, a cui è stato intitolato il bivacco omonimo.

Dopo di allora il percorso non è più stato inserito nelle attività scialpinistiche. Il massiccio Ambin raggruppa una serie di vette spettacolari e interessanti, dalla cima del Sommeiller, Monte Ambin, Gran Cordonnier, Niblè-Ferrand, Rocca, Gros Mottet e Denti ed accoglie grandi Ghiacciai e innumerevoli colli come il Monte Malamot e il Monte Giusalet.

“Quasi sempre per trovare la porta di ingresso di un bivacco bisogna spalare neve in abbondanza!”

Tecnicamente la Grande Traversata degli Ambin è una gita scialpinistica della durata di tre giorni con partenza da Bardonecchia per arrivare al Colle del Moncenisio. Per affrontare la traversata bisogna essere bravi alpinisti, resistenti e allenati. Tutto il percorso è abbastanza impegnativo e richiede una buona capacità di adattamento in quanto si dorme due notti in bivacco, il Walter Blais posto al colle degli Ambin m.2950 e il Vaccarone m.2743 e richiede una buona preparazione tecnica.

Da Bardonecchia e attraverso il colle Galambra si raggiunge la cima della punta Sommeiller m.3332, si prosegue lungo la cresta aerea e sfuggente fino a scavalcare la vetta del Monte Ambin 3266 m. dopodiché con una ardita e spettacolare discesa quasi simile ad un tuffo, si abbassa sul colle d’Ambin dove si trova il comodo bivacco W. Blais.

Quasi sempre per trovare la porta di ingresso bisogna spalare neve in abbondanza! Successivamente il percorso risale, vertiginosamente, sulla sommità del Monte Niblè m. 3365, poi con una lunga e panoramica discesa attraverso il Colle dell’Agnello si arriva al Bivacco L. Vaccarone m. 2743 da cui un passaggio impegnativo permette il raggiungimento del Col Clapier 2477 m.

In sintesi: si cammina per un totale di 20 ore nei tre giorni, si fanno 3000 mt di dislivello in salita, 4000 metri in discesa e si percorre una distanza di 40 km. La difficoltà è un OS ottimo sciatore (è necessaria una perfetta tecnica sciistica: itinerario piuttosto complesso con passaggi tecnici fino a 45° e con tratti a 40°).

Alla fine si arriva esausti ma felici alla piana di Saint Nicolas a 1700 metri. E una buona birra in compagnia è sempre è sempre un bel momento conclusivo dell’esperienza.

Esausti ma felici alla piana di Saint Nicolas a 1700 metri
                  Alessio Giachin Ricca

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